Si riconosce il debito nei confronti di Raffaello in questa magnifica opera, che Garofalo dipinse ad olio nel 1520. Nella tavola dell’Ascensione, “molto bene intesa e colorita” (Vasari), la virilità non ostentata del Cristo è segno eloquente di una vera risurrezione e di un’autentica e integrale ascensione.
I colori freddi e austeri dell’ambiente superiore della tavola sottolineano l’appartenenza ora di Cristo al piano celeste, ulteriormente rimarcata dalla finestra sovrastante con una cerchia di vegliardi e di santi che scrutano interessati la scena. Nel gruppo dei discepoli, tra cui sorprendentemente manca la Vergine Maria, alcuni osservano l’ascendere di Cristo guidati dalla sua mano indicante il cielo, altri paiono più confusi e presi dalla controversia circa il mistero di cui sono testimoni e quindi anche circa il destino stesso della comunità. Alcuni però paiono più lucidi e indicano i personaggi più in evidenza dell’opera, alla sinistra e alla destra.
Essi custodiscono la guida sicura della comunità e cioè la Scrittura. In essa è conservato il motivo di questo mistero e anche la guida dei tempi nuovi: ora nella Chiesa, con la Parola di Dio, non solo si potrà ritrovare il Cristo della fede, ma lo si potrà sperimentare nella gioia della comunità.
P. Saul Tambini
Benvenuto Tisi da Garofolo, L’Ascensione di Cristo, 1510-1520, olio su tela, Galleria Nazionale d’Arte Antica, Roma


