“C’è qualcosa di Rembrandt nel Vangelo o qualcosa del Vangelo in Rembrandt”. Così sosteneva Van Gogh, e come dargli torto. Nonostante di quest’opera, che raffigura la parabola evangelica del “tesoro nascosto nel campo”, sia discussa l’attribuzione al maestro olandese, oppure al suo più valente discepolo Gerrit Dou, essa ci proietta in un’interpretazione insolita e profonda, che solo un ricercatore di Dio come Rembrandt ci poteva consegnare.
L’uomo raffigurato – come non riconoscere il volto dell’autore? – ci viene mostrato al termine di un impegnativo cammino, la borraccia e la cesta i segni di questo percorso, nell’istante in cui trova ciò che stava evidentemente cercando. Il suo volto, forse sospettoso, guarda a ritroso come ponderando il lungo cammino intrapreso. Il luogo del tesoro ritrovato ci fa pensosi: è collocato appena al di fuori della città, in una caverna sotto un promontorio.
È difficile non immaginare ciò che il grande artista sembra mostrarci: il tesoro vero non è nient’altro che la Croce del Cristo e la pianta di acanto alla sua sinistra esprime tutto lo spessore eterno di questo tesoro finalmente rinvenuto dopo un lungo cammino, quello della fede.
P. Saul Tambini
Rembrandt Harmenszoon van Rijn o Gerrit Dou, Parabola del tesoro nascosto, 1630 ca., Museo di Belle Arti, Budapest.


