18 Gennaio 2026 – II T.O. – L’Arte racconta la Fede

Una natura morta sacra. Questo l’Agnello di Dio di Zurbarán. Un’opera che, nella sua apparente semplicità, riesce ad emergere come icona religiosa evocativa di un’identità e di un compito, quello di Gesù Cristo.

L’essere disteso e isolato di questo agnello, legato e inerme, mite e innocente la rende un’immagine simbolica eloquente: si tratta di colui che Giovanni Battista ha indicato con le note parole: “𝑬𝒄𝒄𝒐 𝒍’𝑨𝒈𝒏𝒆𝒍𝒍𝒐 𝒅𝒊 𝑫𝒊𝒐, 𝒆𝒄𝒄𝒐 𝒄𝒐𝒍𝒖𝒊 𝒄𝒉𝒆 𝒕𝒐𝒈𝒍𝒊𝒆 𝒊𝒍 𝒑𝒆𝒄𝒄𝒂𝒕𝒐 𝒅𝒆𝒍 𝒎𝒐𝒏𝒅𝒐” (Gv 1,29).

Il taglio di luce lo espone e lo ostende alla nostra consapevolezza di fede e alla nostra osservazione religiosa, carica di attesa e di speranza. La percezione è quella di qualcosa che letteralmente porta il peso di colui che sta osservando, l’agnello è carico dell’esistenza e del male del mondo che lo guarda, come attendendo che si faccia portatore della sua pena. Si tratta però non solo di colui che porta ma anche di colui che si offre, che è offerto. L’essere legato è evocativo della legatura volontaria di Isacco e infine della “legatura” voluta del venerdì santo: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi” (Lc 22, 15).

Ma come non riconoscere in questa offerta e in questo dono anche tutte le vittime, tutto il dolore innocente, tutta l’agonia del mondo, che produce costantemente e senza ragione la sua rovina? È un’icona che dunque evoca la follia del mondo ma che indica nel dono di Cristo per l’umanità anche il suo senso recondito, che nella fede possiamo solo intravedere e presagire.

P. Saul Tambini

Francisco de Zurbarán, Agnus Dei, 1635-1640, Museo del Prado – Madrid.

20260118 - ORIZZONTALE -  ANNO A - II TO -  Francisco_de_Zurbarán_ Agnus_Dei - 1