Distanza e vicinanza, incontro e distacco. Di questo parla quest’opera del “Divino Guido”, in cui viene così sublimemente rappresentato il suo celeberrimo classicismo.
La distanza ci viene restituita dal maestro bolognese, con la sua consueta grazia, nell’elegante e nobilissima postura e nel carattere diafano di Gesù di Nazareth, rispetto al portamento contrito e alla tonalità castana e umanissima del profeta del deserto. La distanza l’evoca anche il vangelo con le parole di Giovanni: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” (Mt 11,3). Ma anche con quelle del Maestro di Nazareth: “il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui” (Mt 11,11).
La vicinanza qui invece viene rappresentata dall’evidente anelito con cui l’incontro si consuma. Non è solo quello di Giovanni, ma anche quello del Figlio di Dio: il suo abbraccio sa di compimento, ha il significato di una realizzazione, quello del desiderio di una vita, di una missione, il completamente di un percorso, quello dell’umanità di cui il profeta del deserto si era caricato e che trova in Cristo esausto esito.
Giovanni si è fatto infatti interprete della speranza e dell’attesa di un mondo, rappresenta tutto il nostro desiderio, perché egli è “più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via” (Mt 11, 9-10).
P. Saul Tambini
Guido Reni, Incontro tra Gesù e san Giovanni Battista, 1622, Quadreria dei Girolamini – Napoli.


