“𝑷𝒆𝒏𝒔𝒂𝒕𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒊𝒐 𝒔𝒊𝒂 𝒗𝒆𝒏𝒖𝒕𝒐 𝒂 𝒑𝒐𝒓𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒍𝒂 𝒑𝒂𝒄𝒆 𝒔𝒖𝒍𝒍𝒂 𝒕𝒆𝒓𝒓𝒂? 𝑵𝒐, 𝒊𝒐 𝒗𝒊 𝒅𝒊𝒄𝒐, 𝒎𝒂 𝒅𝒊𝒗𝒊𝒔𝒊𝒐𝒏𝒆” (𝑳𝒄 12,51).
Caravaggio non aveva solo il talento ma anche l’esperienza per poter descrivere e sottolineare la forza di giudizio che l’annuncio cristiano avrebbe comportato. In questa celeberrima e straordinaria opera, che illustra il martirio di San Matteo, riesce addirittura ad esprimerlo mettendo al centro della scena non il santo ma il sicario e la sua spada.
Scena teatrale, che custodisce anche un bellissimo autoritratto del maestro lombardo, ma che ha la forza di sbugiardare la visione di un evangelismo irenico, così distante dalla portata rivoluzionaria e dirompente del messaggio cristiano. L’unico che soccorre l’apostolo è un incantevole angelo, tutto manierista, che porge una palma, quella del martirio, ma che a tutti gli effetti sembra la sola arma di difesa del predicatore cristiano, è quella invero dell’amore incondizionato. Tutti attorno rimangono sbigottiti, alcuni fuggono, altri pure armati sono paralizzati da tanta violenza, chissà se si stanno chiedendo, come noi, come sia possibile che un annuncio di pace e di vita possa riscontrare, come ai tempi del maestro di Nazareth, tanta ostilità.
D’altronde non solo le parole di Gesù, così frequenti sul tema nel vangelo di Luca, ma anche il vegliardo Simeone lo aveva preannunciato a Maria e a tutti noi: “Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2, 34-35).
P. Saul Tambini
Caravaggio, Martirio di San Matteo, 1599 – 1600, Chiesa di San Luigi dei Francesi – Roma.


