Lo stile di Tintoretto, così incline a scene drammaticamente prospettiche e propenso a teatrali scenografie, ben si presta a sottolineare un insegnamento di Gesù di Nazareth, quello sul farsi servi.
L’opera in oggetto ha questa curiosa prospettiva a motivo della sua posizione: una parete laterale del presbiterio della chiesa di San Marcuola a Venezia. La centralità dell’opera doveva essere dunque spostata sul suo lato destro. Questa originale prospettiva, tuttavia, è anche il motivo della fortuna dell’opera, che sarà più volte riprodotta e richiesta.
Come si può notare, la narrazione dell’ultima cena rimane sullo sfondo, in alto a destra, così Tintoretto può approfondire maggiormente il tema che gli preme: la lavanda dei piedi, che nel vangelo di Giovanni precede la tavola. Mentre gran parte degli apostoli è tutta intenta ad organizzarsi per farsi lavare i piedi dal Maestro, due figure reagiscono in modo singolare. C’è Pietro, sulla destra, che sta appunto discutendo con Gesù, rifiutando il suo gesto e prendendosi il suo rimbrotto: non si può sottrarre, non potrebbe far parte con lui. Sullo sfondo, appoggiato alla colonna, in procinto di prendere la via del tradimento, è posto invece un sospettoso e languido Giuda. Con questa soluzione il grande pittore veneziano ci vuol dire che il tradimento di Giuda si configura più con l’essersi rifiutato di essere amato, che con l’aver venduto il Figlio di Dio. D’altronde il vangelo di Giovanni pone l’insegnamento sul tradimento di quest’ultimo appena dopo il discorso sulla necessità del servizio.
Non si può dunque interpretare la Pasqua senza questo insegnamento fondamentale, che più volte viene ripetuto e che noi, come gli apostoli, facciamo così fatica ad accettare: “Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»” (Mc 10,45).
P. Saul Tambini
Jacopo Tintoretto, Lavanda dei piedi, 1548, Museo del Prado – Madrid.
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