Il “Divino Guido” coglie nella figura di Giovanni Battista due aspetti che sono la sintesi della sua persona.
La prima è la sua nudità. D’altronde il cuore del suo insegnamento alle folle, che numerose si mettevano in viaggio per ascoltarlo, era proprio quello di cercare di fare spazio al prossimo, cioè che non ci si potesse salvare senza privarsi in qualche misura di se stessi: “Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto” (Lc 3,11). Questo “svuotarsi”, che sarà il tratto distintivo con cui san Paolo interpreterà la missione dello stesso Salvatore, cioè la sua “kenosi”, riguarderà lo stesso Giovanni.
Il secondo aspetto che il Reni sottolinea del Battista è, infatti, il suo essere segno permanente del messia. Il braccio alzato e il dito indice teso esprimono ad un tempo il suo negarsi ad ogni investitura messianica, parte della sua auto-umiliazione, ma anche il suo considerarsi semplice strumento di salvezza, indicando a tutti la vera fonte di ogni grazia, perché “viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali” (Lc 3,16).
Un’opera mirabile, quella del grande artista bolognese, che ci fa conoscere ed ammirare, nella sua nuda semplicità classica, un esempio di umiltà e di dedizione alla causa del Regno di cui abbiamo estrema necessità.
P. Saul Tambini
Guido Reni, Giovanni Battista nel deserto, 1637, Dulwich Pictures Gallery – Londra.


