Una nota e grandiosa tela del Garofalo ci restituisce una riflessione sul senso dell’opera di Cristo nella vita dell’uomo.
Pensata per il refettorio del monastero delle Clarisse di Ferrara, essa pone plasticamente al centro di tutto il destino di questa coppia di sposi. Anche La Vergine, così come il Cristo, ma così come tutta la corte dei servitori e degli invitati paiono partecipare alle nozze come componenti strumentali del buon esito della festa.
I gesti della Vergine e del Signore sono umilissimi, anche se sappiamo quanto determinanti, lo sono altrettanto quello dei vari servitori e dei musicisti. Si noti la serva alle spalle di Cristo che, con un gesto eloquentissimo, ma altrettanto discreto, ci rende edotti di cosa sta accadendo, nel mistero generale. Tutti sono come ripiegati verso il centro anche prospettico della tela, che appare dunque essere più l’evento delle nozze che la persona di Gesù.
L’opera salvifica di Cristo si manifesta qui per la prima volta nel vangelo di Giovanni, ma è un’opera che più che piegarsi su di sé si rivolge, decentrandosi, verso il suo scopo principale: far sì che la festa si compia, che ritorni il vino della gioia, che l’uomo, il suo destino di salvezza, si realizzi.
Garofalo interpreta così il “per noi” dell’opera divina. Un’opera che non può compiersi senza il coinvolgimento di tutta la Chiesa, chiamata come questi invitati a contribuire, ognuno come sa e può, a far sì che tutti si compiacciano della bontà del vino nuovo. (Cfr. Gv 2,11)
P. Saul Tambini
Benvenuto Tisi da Garofalo, Nozze di Cana, 1531, Museo dell’Ermitage – San Pietroburgo.


