Interprete magnifico del barocco romano, Pompeo Batoni commuove e coinvolge con questa tela dedicata alla parabola del “figlio prodigo”.
Una luce intensa e radente raggiunge l’incontro struggente tra padre e figlio dal luogo della perdizione, ma non fa che evidenziare lo stato di povertà e di disperazione del figlio, mentre questi viene accolto con un abbraccio paterno, che cerca di restituirgli l’originaria dignità attraverso il gesto solenne e regale del mantello. Qui c’è più che affetto, c’è una volontà precisa e amorevole di restituire ciò di cui il figlio si è privato, pensando che il suo stato di figliolanza fosse un ostacolo alla vita. Essa invece è il suo vero patrimonio, che non può che dilapidare separandosi dal padre. Osserviamo bene: assomiglia così tanto al gesto, ben più fiero, di Francesco d’Assisi con il vescovo Guido.
Questo della parabola è un ritorno alla figliolanza, quello di Francesco è un ingresso nella casa di un padre da cui non ci si può separare senza perdere vita, senso, identità. Infatti, Batoni, contrariamente alla diffusa iconografia certo più aderente al testo lucano, non mostra la vestizione del figlio, ma è lo stesso padre a rivestirlo della sua paternità, perché “questo mio figlio era morto ed è tornato in vita” (Lc 15,24). Così anche al figlio maggiore, riluttante e fieramente contrario all’accoglienza del fratello, dirà altrettanto: “questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,32).
La paternità di Dio è un manto di cui non ci si può spogliare senza privarsi di ciò che ci fa fratelli e figli, senza privarsi della nostra più radicata e felice dignità.
P. Saul Tambini
Pompeo Batoni, Il ritorno del figliol prodigo, 1773, Kunsthistorisches Museum – Vienna.


