Poco conosciuto come pittore – questa l’unica tavola dipinta a noi nota – Donato Bramante esibisce il corpo del Cristo alla nostra fede, perché essa solo può tenere simultaneamente insieme il tragico e il bello.
Il corpo del Figlio di Dio, virile e statuario, interagisce con i suoi vessatori, sì coartato e vilipeso, ma integro nella sua rettitudine regale, sottolineata dal volto scultoreo e armonioso, dalla barba e dai capelli nobilmente composti, ma anche da una corona di spine di finissimo smeraldesco nitore. Lo sguardo, pur di lacrime segnato, è rivolto fieramente ai suoi accusatori e appare padrone di una scena di cui dovrebbe essere vittima. La sua bocca semi aperta sembra sussurrare a Pilato “Tu lo dici” (Lc 23,3), facendo del suo aguzzino, nel punto più acuto del declino della vicenda umana di Cristo, lo strumento ignaro e inconsapevole della rivelazione del suo stesso mistero.
Non siamo di fronte ad un uomo finito. Cristo, con la sua regalità, che “non è di questo mondo” (Gv 18,36), sconfigge ogni pretesa umana di darsi salvezza senza passare attraverso il suo gesto incondizionato e regale d’amore.
Nessuno, di fronte a questa regalità può dire di non averne bisogno. Dalla sua vicenda dipende la nostra stessa vita. Se non possiamo perciò seguirlo sulla via coraggiosa del suo dono, non ci resta che filialmente accoglierlo.
P. Saul Tambini
Donato Bramante, Cristo alla colonna, 1490, Pinacoteca di Brera – Milano


