Quasi un’autopsia, il Cristo morto di Hans Holbein è ostentato in tutta la sua cruda e drammatica oggettività. Il grande pittore svizzero non cede ad alcuna concessione sentimentale. Il sabato santo del suo Cristo è annuncio della sua vera e reale morte. Le sue mani e i suoi piedi declinano verso un’incipiente decomposizione. La sua scarnificazione e gli occhi sbarrati non paiono offrire alcuna illusione di una qualche improbabile speranza.
Perché questa insistenza sui tratti mortali di Cristo? L’opera del maestro basilese ha tutto il portato di una denuncia teologica, non è affermazione sentimentale di una drammatica disperazione. Egli vuole affermare che la Pasqua di Cristo non è passaggio indolore, come una semplice figura di resilienza che dovrebbe in qualche modo insegnarci a riprenderci sempre, perché morte non è mai morte. Se passaggio sarà, potrà esserlo solo come inaudita sorpresa, come vero atto divino, che ha sempre come prerogativa quella di “fare una cosa nuova” (Is 43,19), radicalmente nuova. Affinché questa si attui la rigenerazione include una risalita dalla morte, non una ripresa della vita.
Nel frattempo, nella sola fede, direbbe il riformato Holbein, non ci rimane che attendere. Ma sono le ore più difficili, quelle della privazione della speranza, sono però anche le ore più feconde, sono le ore del germogliare della fede.
P. Saul Tambini
Hans Holbein il Giovane, Cristo morto nella tomba, 1521, Kunstmuseum – Basilea.


