Opera della maturità artistica del “Cavaliere Calabrese”, “L’incredulità di San Tommaso” di Mattia Preti sorprende per la grandiosità della sua costruzione, per l’intimità della sua composizione e per la profondità della sua narrazione. D’altro canto, la cifra della pittura del maestro calabrese è stata proprio quella di trovare sempre un punto di equilibrio tra la vocazione dell’opera di esprimere il suo contenuto tematico e la sua facoltà espansiva esterna, la sua estroflessione comunicativa.
Ecco, dunque, che qui possiamo riscontrare il tema iconografico classico della constatazione della ferita del costato e della raggiunta fede di Tommaso, il quale soddisfa il suo desiderio e trova la sua prova fondamentale nel concitato dialogo con i suoi fratelli. Abbiamo però anche l’abbandonarsi del Cristo alla fede di tutti, in una postura tanto anomala quanto efficace nel sottoporre il corpo di Cristo alla ponderazione di ciascuno di noi. Perché tanta apertura di credito, perché un così grande svelamento? L’evidenza del Risorto, qui, non passa più tanto dalla sua parola, quanto dal suo corpo: “Tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente” (Gv 20,27).
Siamo proprio noi, gli increduli a cui è rivolta questa parola, è proprio il suo quel corpo che dobbiamo toccare. A noi, più che a Tommaso, è rivolto questo annuncio di Cristo, affinché attraverso la parola del suo corpo risorto possiamo credere. Non è più un corpo morto, per questo ciò che più di ogni altra cosa persuade di questa straordinaria opera è l’invito di fede del Risorto, che ci raggiunge attraverso il suo viso luminoso e splendido, il cui sguardo sicuramente possiamo annoverare tra i più intesi, acuti e profondi della storia dell’arte. È sicuramente questo lo sguardo che convince gli apostoli a dire a Tommaso: “Abbiamo visto il Signore” (Gv 20, 25), da lì in poi fondando la sua e la nostra fede.
P. Saul Tambini
Mattia Preti, Incredulità di San Tommaso, 1660, Kunsthistorisches Museum – Vienna.


