Insolito questo “Buon Pastore” del giovane Pieter Brueghel, figlio minore del più noto Pieter il Vecchio e appartenente ad una famiglia di artisti fiamminghi, che fecero scuola. Lontano dal modo consueto di raffigurare il “Pastore bello”, Brueghel, come solito alla tradizione della sua scuola, accentua il carattere narrativo dell’evento e propone alla nostra riflessione non tanto una figura da contemplare, quanto l’opera che esprime il senso di quella contemplazione.
Raffigurando il pastore vittima del lupo, evidenzia un significato sacrificale della responsabilità del pastore per le sue pecore, attribuendo all’espressione evangelica “Io do loro la vita eterna […] nessuno le strapperà dalla mia mano” (Gv 10,28) un’interpretazione pasquale. Colui che ha cura pastorale del gregge non può che avere nel suo destino il dono della sua stessa vita. Affinché il gregge stesso quella vita possa averla, la sua deve essere donata.
Dare la vita quindi non ha solo il significato di offrirla, ma soprattutto di consegnarla. In questo modo, peraltro, recentemente si è espresso anche Papa Leone: “«Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo» (Lettera ai Romani, IV, 1). Si riferiva all’essere divorato dalle belve nel circo – e così avvenne –, ma le sue parole (di Ignazio ndr) richiamano in senso più generale un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato (cfr Gv 3,30), spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo” (Papa Leone XIV, Omelia 9/5/25).
P. Saul Tambini
Pieter Brueghel il Giovane, Il Buon Pastore, 1616, Museo Reale delle Belle Arti del Belgio – Bruxelles.


