C’è molto sicuramente del Tintoretto in questa bella tela di El Greco, ma c’è anche un po’ di Duccio di Boninsegna, almeno per il suo contenuto. La costruzione spaziale e la composizione è un rimando alla pittura veneziana alla quale non può che fare riferimento il grande pittore cretese, attraverso di esse la guarigione del cieco nato riesce ad assurgere a punto di riferimento della realtà di sempre, modello di fede per tutti.
Il tempio è distante, su uno sfondo che il gioco prospettico rende lontanissimo, dalla sinagoga d’altronde il cieco è addirittura “cacciato fuori” (Gv 9,35), proprio per questo così la sua guarigione – in realtà il processo miracoloso a cui ha contribuito con la sua volontà, perché “quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva” (Gv 9,7) – diventa vero giudizio contro il mondo, che si era fatto egli stesso giudice dell’opera salvifica di Cristo: “È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi” (Gv 9,39). Questa separazione dei gruppi esprime proprio il giudizio contenuto nel segno dell’opera salvifica, davanti al quale il mondo è chiamato a prendere posizione. Lo stesso cieco nato, qui, come nella formella di Duccio di Boninsegna, è già rappresentato di spalle nell’atto di testimoniare: “Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?” (Gv 9, 27).
L’opera del Salvatore porta dunque in dote sempre una domanda rivolta a ciascuno di noi: “«Tu, credi nel Figlio dell’uomo?» (Gv 9, 35); che nessuna farisaica religiosità o ipocrita opportunismo ci impedisca di riconoscere colui che dice: “Lo hai visto: è colui che parla con te” (Gv 9, 37).
P. Saul Tambini
Doménikos Theotokòpoulos, detto El Greco, Guarigione del cieco nato, 1573, Parma – Galleria Nazionale.


