Preghiera e sensualità sembrano temi da categorizzare su estremi opposti, eppure l’arte li ha sempre accostati, specialmente nella dimensione spirituale più intensa, quella della mistica. Qui la Gentileschi ce ne offre una riprova nella sua celebre “Maddalena in estasi”, di cui si conosce da poco una sua replica e in cui sono evidenti i richiami alla poetica e alle posture caravaggesche. Essi non fanno che rendere ancora più intenso e struggente un momento della vita della santa che a noi sembra essere eccessivamente erotico per considerarlo spirituale.
Errore nostro naturalmente: la prerogativa dell’arte è proprio quella di correggere talora i nostri eccessi spirituali, quando si fanno disincarnati e i nostri eccessi materialisti, quando non contemplano lo spirito. La Maddalena qui è proprio in preghiera, dunque, e semplicemente lo è per davvero. Con tutta quella intensità di per sé richiesta dall’insegnamento del Maestro divino. Proprio lui si prodigò nel chiedere una relazione con Dio fiduciale sì, ma anche insistente e temeraria, come quella dell’”amico invadente” (Cfr. Lc 11, 5-8) o della “vedova importuna”(Cfr. 18, 1-8).
La preghiera evangelica è stata spesso un poco relativizzata o addirittura ridicolizzata nelle sue versioni devozionali e magiche, la grazia della pittura della Gentileschi ci offre invece una riflessione circa la sua serietà e la sua sorprendente possibilità, perché con essa “il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono” (Lc 11, 13), hai detto niente?!
P. Saul Tambini
Artemisia Gentileschi, Maria Maddalena in estasi, 1623-1625, collezione privata.


