Contrariamente al pubblicano al tempio, che “non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo” (Lc 18,13), il San Pietro di Guido Reni gli occhi li alza, ma sono profondamente intrisi di disperazione e pianto. Anch’egli si batte il petto, consapevole di ciò che ha compiuto. Possiamo immaginare cosa stia dicendo, così come il pubblicano starà quasi gridando la preghiera più umile, quella che costituisce l’autentico credente: “O Dio, Abbi pietà di me, peccatore” (Lc 18,13).
Nella sproporzione tra la semplicità e l’umiltà di questo gesto e la grandezza smisurata della colpa che sente riposa la dote dell’amore e della misericordia di Dio. L’evangelista Luca, nella parabola del pubblicano al tempio, la traduce con un’espressione inaudita, singolare anche nei vangeli: “questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato” (Lc 18,14). Solo San Paolo svilupperà, approfondendolo, un concetto tanto semplice quanto sorprendente, quello della giustificazione: “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia” (Rm 3,22).
Il vangelo, con più semplicità, ma con altrettanta efficacia ha una parola che vale per Pietro, per il pubblicano e per ciascuno di noi, quelle che già la Vergine aveva pronunciato a casa di Elisabetta: “chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato” (Lc 18,14).
P. Saul Tambini
Guido Reni, San Pietro penitente, 1612-1613, Collezione M – Roma.


