Un’incursione nel rococò veneziano, ci permette di godere di questa raffinata opera di Pittoni e della sua un’elaborata teologia dell’incarnazione. Forse solo la magniloquenza e il lirismo a tratti estremo del tardo barocco può permettere di concepire visivamente una teologia che anche nei vangeli ci è giunta tardivamente. Solo con Giovanni, infatti, si avrà la maturità e l’erudizione indispensabili per poterla concepire.
In questa tela il solo Giuseppe, tradizionalmente assopito ad indicare la passività della sua paternità, prende il posto del fedele che deve maturare nella fede ciò che non può vedere, come Tommaso: “beati quelli che non hanno visto e hanno creduto” (Gv 20, 29). Ma cos’è che la fede può permetterci di vedere, come vuole l’evangelista Giovanni quando dice: “e noi abbiamo contemplato la sua gloria” (Gv 1, 14)? Il mistero di questo bambino, la sua identità profonda, la sua origine che coincide con il suo destino. Su una immaginaria linea verticale infatti si trovano il Padre onnipotente – perché Egli è ” Figlio unigenito che viene dal Padre” (Gv 1,14) – lo Spirito Santo – perché Egli si fece carne “per opera dello Spirito Santo” (cfr. Lc 1,35) – il Bambino Gesù rivolto al Padre e di spalle rispetto allo spettatore, sia perché Egli era “presso Dio” (Gv 1, 1), sia perché “Dio, nessuno l’ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1, 18).
È l’ineffabile e assoluto mistero di Dio che nella fede possiamo riconoscere e contemplare, affinché tutti possiamo da questa visione di grazia e dalla sua accoglienza ottenere il “potere di diventare figli di Dio” (Gv 1, 12).
P. Saul Tambini
Giovanni Battista Pittoni, Natività con Dio Padre e lo Spirito Santo, 1740, National Gallery – Londra.


