Tutti, proprio tutti, sembrano essersi dati appuntamento nella sala che Cristo ha chiesto si imbandisse per la sua ultima cena, in questa opera mirabile del Tintoretto.
In quella che possiamo definire una taverna veneziana, in un’atmosfera insieme mistica e mondana, dentro un originale ed audace gioco prospettico e un complesso luminismo, siamo invitati a guardare all’ostia che riceve l’apostolo e in qualche modo a sentirci parte di questa tavolata che, volutamente posta in obliquo, sembra attendere solo la nostra partecipazione. In quell’ostia infatti dobbiamo riconoscere il “pane degli angeli”, sì, proprio quelli che intravediamo aggirarsi come fantasmi nel soffitto della taverna, tra i vapori delle luci.
Prima però dobbiamo come inciampare in una giovane serva che ci vuol porgere quella che sembra a tutti gli effetti della manna. Il rifiuto dell’offerta da parte del convenuto sulla destra è già una dichiarazione di fede: nulla può superare la grandezza della preziosità del dono di Cristo. “Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli” (San Tommaso d’Aquino)
P. Saul Tambini
Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, Ultima cena, 1592-1594, Basilica di San Giorgio Maggiore – Venezia.


