La tela dell’apprezzato pittore veronese Alessandro Turchi, raffigura un soggetto ben noto all’iconografia cristiana, quello della donna adultera.
Con uno stile che ha rimandi caravaggeschi, ma conserva ancora un’influenza veneta e un’impostazione classicistica, la tela è spoglia di ogni elemento che potrebbe portare a distrarre dal contenuto teologico e pastorale dell’emblematico episodio evangelico, il quale vuole sottolineare la straordinaria opera salvifica del Figlio di Dio, orientata a redimere dalla condizione di colpa dell’uomo, in ogni congiuntura si trovi.
La donna qui viene raffigurata tutta raccolta nelle sue vesti e nelle sue nudità, eloquente segno del suo imbarazzato vissuto. Alla sua destra, un solo soldato rappresenta ciò che quasi istituzionalmente la vincola, la coarta. Effettivamente, il soldato la tiene con una mano, come se la donna non possa del tutto affrancarsi da un passato e un’accusa ingombranti e compromettenti. Il Signore Gesù invece, raffigurato a mezza figura e di profilo, si rivolge alla donna, che accoglie le sue parole con sguardo obliquo, quasi dubitativo.
Le mani del Maestro di Nazareth ancora una volta sono più eloquenti di ogni parola, ed evidenziano la duplice opera della misericordia divina: quella di ristabilire la dignità della donna nell’oggi della salvezza – “Neanch’io di condanno” (Gv 8,11) – e quella di inaugurare il suo futuro – “Va’ e d’ora in poi non peccare più “(Gv 8,11). Quando tutto, dunque, sembra compromesso, tutto pare concludersi con il prepotente carico del proprio passato, con la disperazione dell’irrecuperabile, solo la Parola del Signore è capace di chiudere il passato nella misericordia di Dio, e di aprire soprattutto ad un futuro di possibilità e di speranza.
P. Saul Tambini
Alessandro Turchi, Cristo e l’adultera, 1619, Collezione privata.


