Il paralitico è già di spalle e se ne va, portando sulle spalle il suo giaciglio, verso la sospirata piscina guaritrice. Al centro della scena si trova invece il Salvatore, che svolge il suo ministero muovendosi con fatica tra “un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici” (Gv 5,3). Si rivolge ad una donna accasciata a terra, inerme, e alla sua compagna, che la sorregge, mentre sullo sfondo c’è qualcuno che approfitta della confusione generale per importunare una giovane sulle scale dei portici della piscina.
Attraverso una costruzione dinamica e solenne, Palma il Giovane ci offre l’opportunità di comprendere meglio l’opera di Cristo e il significato che attribuiamo alla malattia e alla debolezza della vita.
Qui, il Maestro di Nazareth chiaramente cerca di persuadere chi incontra, come il paralitico salvato, ad alzarsi e a camminare. Un invito che suona stravagante, come apparivano paradossali le parole rivolte al paralitico: “Àlzati, prendi la tua barella e cammina” (Gv 5, 8), così come suonava ancor più insolita la domanda precedente: “Vuoi guarire?” (Gv 5,8). L’opera di Cristo viene qui vista come un’opera di rigenerazione, di ripresa della vita, soprattutto quando non si coglie anche nel dramma della vita il suo carattere di opportunità, di sfida. L’ordine perentorio e l’invito del Signore illumina anche i giorni più tristi e tragici, come quando ai lebbrosi, come sempre ritirati e pavidi, si rivolgeva esortandoli a muoversi verso i sacerdoti per la purificazione, nonostante non fosse scomparsa la lebbra: “Andate a presentarvi ai sacerdoti” (Lc 17,14).
Questo gesto così centrale di Cristo che indica alle donne una via di uscita dalla morte è la straordinaria opera della fede, che vede anche nel dolore un’insperata quanto propizia via verso la vita: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!» (Lc 17,19).
P. Saul Tambini
Palma il Giovane, La piscina probatica, 1592, Collezione Molinari Pradelli – Castenaso (Bo).


